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USA

SS UU

Nota: è notorio che USA è la sigla in lingua inglese di United States of America. In spagnolo il nome del paese è Estados Unidos de América; la relativa sigla è EUA, che si alterna nell’uso con l’abbreviazione EE. UU. Nella lingua sorella la duplicazione di una lettera indica spesso il plurale. Questa regola è valida anche in italiano: FF SS ‘Ferrovie dello Stato’, sigg. ‘signori’, proff. ‘professori’, artt. ‘articoli’, eccetera. In questa maniera Stati Uniti potrebbero abbreviarsi in SS UU. Ciò che è inammissibile, segnatamente nel linguaggio sorvegliato, è chiamare America il paese fondato da Washington. Riferirsi agli Stati Uniti con il nome America è un crasso errore (una aberrazione, sosteneva José Moreno de Alba, un gigante della dialettologia ispanica). Inoltre è una mancanza di rispetto nei confronti di tutti i popoli americani, salvo di quello che si è impadronito del nome del condominio. Due pennellate potrebbero bastare per far luce sulla questione. Nel 1507 il geografo Martin Waldseemüller proponeva, per «la quarta parte del mondo», la denominazione America in omaggio a Vespucci. Il nome di America, in diverse lingue occidentali, fu applicato prima al blocco meridionale e solo dopo all’intera massa continentale. In lingua spagnola, come in tante altre, America è sempre stato un termine univoco. In una pubblicazione spagnola del 1701, riferita alla morte di Carlo II, egli veniva chiamato Rey de las Españas y emperador de la América. Il titolo non esagerava in quanto i possedimenti del cattolico re erano disseminati da nord a sud. Tre secoli dopo il parlante ispanofono non vede ambiguità nel toponimo. Anche in italiano il nome di America designava una sola realtà geografica. Nel 1886 Edmondo de Amicis, in uno dei suoi racconti, incluso nel volume Cuore, annotava: «Molti anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d'un operaio, andò da Genova in America, da solo, per cercare sua madre. Sua madre era andata due anni prima a Buenos Aires, città capitale della Repubblica Argentina». Nel 1955 Antonello Gerbi, un erudito fiorentino che aveva trascorso vari anni in Perù, ricordava in un suo saggio: «Stabilitomi in America nel 1938». Or bene come si spiega l’abitudine, ormai invalsa nella nostra Penisola, perfino tra le persone più colte, di chiamare America gli Stati Uniti? Ecco l’ennesima dimostrazione del potente influsso che l’inglese nordamericano esercita sul nostro modo di pensare. Gli statunitensi chiamano America il loro paese! Quando in quella terra, straordinaria per tanti versi, si ode «God bless America», l’invocazione non chiede la divina benedizione per tutta la superficie del Nuovo Mondo, dai ghiacciai canadesi a quelli argentini. Il famoso The Merriam-Webster Dictionary, in una edizione 2016, in copertina, esibisce una vistosa striscia che afferma, fiera: America’s Best-Selling Dictionary. La lingua degli statunitensi, con la sua enorme forza colonialistica, ha imposto in Italia una visione deformante del continente transatlantico. Questa improprietà è rafforzata anche dai responsabili del doppiaggio, in italiano, del cinema e della televisione. I nostri palinsesti e le nostre locandine traboccano di produzioni angloamericane. Una volta, nella versione italiana di un telefilme statunitense, un personaggio affermò: «Non siamo nel Messico, siamo in America». In una puntata, doppiata, di una serie poliziesca prodotta negli SS UU qualcuno disse: «Si è trasferita dalla Colombia in America». Ai nostri scolari si dovrebbe spiegare che identificare America con gli Stati Uniti è rigettare ragioni storiche, politiche e perfino pratiche che tengono separata una cosa dall’altra. Non di rado, in diversi contesti comunicativi, la voce America è ambigua. Voglia il cielo che i nostri giovani, nella loro espressione, siano in questo punto più sensati di quanto non lo siano stati molti adulti istruiti delle ultime generazioni. (Vedi film, yankee)